FILIPPO TIMI PORTA IN SCENA IBSEN

FILIPPO TIMI PORTA IN SCENA IBSEN

Un testo di 140 anni fa, “Una casa di bambola”, che conserva tutto il suo fascino e si arricchisce di significati nella versione di Andrée Ruth Shammah.

Filippo Timi da domani, martedì 7 febbraio, sarà in scena al Teatro Argentina di Roma con una affascinante versione del capolavoro di Henrik Ibsen.

Una casa di bambola” è considerato un testo immortale per il teatro, tanto che viene tuttora rappresentato con successo in tutto il mondo, e sempre molto attuale, perché indaga sul rapporto dell’eterno conflitto tra uomo e donna, tra l’identità maschile e femminile.

In questo caso, il testo è stato tradotto, adattato e diretto da Andrée Ruth Shammah, che si sofferma sulla crisi dell’uomo contemporaneo, sottolineando la solitudine dei personaggi maschili, tutti interpretati dall’istrionico Filippo Timi, protagonista assoluto nei panni del marito, del dottore e dell’usuraio.

Filippo Timi, foto di Tommaso Lepera

Il ruolo di Nora, affidato all’attrice Marina Rocco, è stato volutamente allontanato dal solito cliché, e viene presentata nelle vesti inedite di abile manipolatrice, prima vittima e poi eroina, che si emancipa dal marito.

Lo spettacolo diventa così un vero corpo a corpo con i sentimenti, un percorso attuale all’interno delle dinamiche di coppia che rivela il lato oscuro dei protagonisti.

Decisiva l’interpretazione di Filippo Timi, trasformista in scena e irresistibile interprete dei ruoli maschili: Torvald, Rank e Krogstad, tre doppi di un unico uomo destinato a soccombere.

Filippo Timi, foto di Tommaso Lepera

«I tre protagonisti maschili sono molto diversi. Io cerco di dare a ognuno un modo di parlare, di muoversi – afferma l’attore – Il dottor Rank, l’amico, è il tipo che non prende, ma dà. È lui che incita Nora a fuggire a spiccare il volo, ma se dovessi descriverlo direi che è un fiume arido, dove non scorre acqua: ha preso la sifilide dal padre quando era bambino ed è come marchiato, non può avere relazioni, dunque è vergine. Krogstad, il procuratore, per me è come una pietra, è un Helmer, il marito di Nora, ma a cui tutto è andato male. E quanto a Helmer sembra lineare ma è il più complesso. Il marito padrone, il borghese ipocrita da cui Nora fugge, ma se leggi il testo capisci che non è così. Se Helmer appare ossessivo è perché Nora è una bugiarda. Lo trovo un uomo ragionevole che mi sta insegnando quanto sia bello scindere il cuore dalla testa. È come i quadri di Mondrian: il quadratino del rosso della passione deve essere più piccolo del giallo che è la ragionevolezza perché avere il controllo del lato emotivo è una conquista. E in Ibsen nessuno dei due ha ragione, né il maschio, né la femmina. Semplicemente ci mostra cosa succede in una coppia: si ama, si finge, si lotta, si mente… Alla fine quando Nora accusa Helmer di trattarla come una bambola, “per trovare me stessa me ne devo andare”, è lui a dirle prova a cercare te stessa con me, dobbiamo crescere insieme, è una cosa bella. È il modo giusto per vivere una relazione. Magari proprio con l’uomo che mette in discussione se stesso, si mostra più fragile, più debole. Le sfumature sono una ricchezza: se l’uomo diventa un po’ femmina è ok».

 

“Una casa di bambola” di Henrik Ibsen

Dal 7 al 19 febbraio

Teatro Argentina, Largo di Torre Argentina, Roma

Traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah 

Lorenza Dalai
Meet the author / Lorenza Dalai

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>