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RAI: 40 ANNI DI TELEVISIONE A COLORI

RAI: 40 ANNI DI TELEVISIONE A COLORI

Era il 1° febbraio 1977 quando la Rai abbandonò definitivamente il bianco e nero, con grande ritardo rispetto alle altre nazioni europee. Le prime sigle e trasmissioni della nuova era televisiva

Sono lontani i tempi in cui la tv italiana si identificava unicamente con la RAI, che nel 1954 raccolse l’eredità dell’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, società nata ai tempi del ventennio fascista, diventata suo organo ufficiale di diffusione e propaganda per poi chiudere nel fermento della Liberazione. Chiusa per diventare altro, perché all’etere non si comanda. Nel 1977, in grande ritardo rispetto alle altre nazioni europee – un rinvio dovuto a conflitti relativi agli standard dei sistemi di codifica da adottare – il colore entrò nelle case degli italiani, inaugurando una nuova era del mondo dello spettacolo, rappresentata iconicamente da una sorta di bollo merlato di rettangoli di diverso colore, che oggi, chi ha meno di trent’anni, non può ricordare: il monoscopio, sorta di totem della nuova religione televisiva. Totem e tabù, perché la sua apparizione certificava la fine serale delle trasmissioni, in tempi in cui gli spettacoli non erano a orario continuato e, semplicemente, finivano. Ai tempi si poteva ancora sperimentare l’esperienza da brividi del ‘ritorno alla realtà’, della tregua concessaci dal mondo dello spettacolo, che andava a dormire assieme a (quasi) tutti gli spettatori. Un’esperienza che oggi farebbe pensare ad una delle immagini conclusive del film “The Truman Show“, quella in cui il protagonista inconsapevole del gigantesco reality show interrompe la propria personale ricerca della verità bucando con il bompresso della sua piccola nave la scenografia del mondo incantato in cui era stato intrappolato dai registi occulti della sua condizione di uomo-teste.

La RAI iniziò a fare prove a colori dall’estate del 1976, il 17 luglio, trasmettendo dall’estero la cerimonia d’apertura dei giochi Olimpici di Montreal, mentre il primo programma ‘autoctono’ ad essere testato fu ‘Quaderni neri del TG2‘, che fu trasmesso alternando immagini a colori (le riprese in studio) a stacchi in bianco e nero (i filmati lanciati nel corso della trasmissione). Da allora fino all’inaugurazione ufficiale del ’77 le premurose annunciatrici tv prepararono gli spettatori al grande salto, ricordando l’avvento dell’imminente rivoluzione cromatica. Un’inaugurazione che venne ufficializzata appunto il 1 febbraio 1977 dall’indimenticato presentatore Corrado Mantoni, durante la sigla d’apertura di “Domenica In. Dopo circa un anno il cambiamento toccò gradualmente anche le pubblicità, i film e le trasmissioni sportive. Gradualmente: perché alcune sedi di trasmissione non erano ancora sufficientemente aggiornate per accogliere la novità catodica: campo di prova di questo periodo ibrido, in questo senso, fu “90° minuto”, che dal 1970 andò ad arricchire l’offerta sportiva della trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”, ancora oggi viva e vegeta.

Corrado fu il maestro cerimoniere della tv a colori italiana, ma ad anticiparlo in qualche modo fu un altro italiano, il ‘transfugo’ Mike Bongiorno, che inaugurò nel 1975 dalla Svizzera le trasmissioni a colori del suo programma ‘Personaggi in fiera‘, in una puntata in cui apparve come ospite l’allora trentenne Gianni Morandi. Simbolicamente, dunque, la tv italiana a colori nacque in quel paese a noi tanto alieno quanto vicino al nostro che è stata ed è la Svizzera.

Circa un anno dopo il 1° febbraio 1977 venne rapito a Roma Aldo Moro, e ucciso due mesi dopo. La scoperta dei colori per gli italiani, la fine della loro innocenza, fu marchiata schizofrenicamente – come alienante e schizofrenica può essere l’esperienza della visione TV – dal doppio binario illusione/realtà: dalle bucoliche, innocue e pacifiche immagini dell’anteprima di “Domenica In” – un sipario di pudore e cartapesta, fatto di cigni, laghetti e foglie morte – al rosso vivo delle stragi degli anni di piombo trasmesse dai telegiornali.

Boris Stoinich
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