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LA SCUOLA VENEZIANA DEL VERO ALLA GALLERIA BOTTEGANTICA DI MILANO

LA SCUOLA VENEZIANA DEL VERO ALLA GALLERIA BOTTEGANTICA DI MILANO

Da Ciardi a Favretto la ricerca cromatica del vero della scuola veneziana che guarda agli impressionisti

Dal 24 marzo al 20 maggio, la Galleria Bottegantica di Milano – in via Manzoni – ospita una mostra dedicata alla scuola veneziana del vero, fiorita tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, indagata nei suoi momenti più significativi attraverso le opere dei suoi principali protagonisti – Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Luigi Nono, Federico Zandomeneghi.

Una scuola che, riallacciandosi a una tradizione secolare, ha fatto del colore la sua bandiera, dimostrando una capacità sorprendente di rinnovare tematiche e modi espressivi.

L’esposizione, curata da Enzo Savoia e Stefano Bosi, presenta una selezione di 40 opere provenienti da prestigiose collezioni private italiane, molte delle quali mai presentate al grande pubblico, che documentano l’affermarsi in territorio veneziano della pittura del ”vero”, eseguita en plein air, in cui la rappresentazione della realtà è ricondotta ai suoi valori essenziali.

Tale bagaglio di libertà, felicità all’aria aperta, educazione a percepire le minime variazioni luminose, conduce i pittori a uscire dall’oscurità dei loro atelier per immergersi pienamente nella luce e nei colori della vita veneziana del loro tempo.

Capofila dei giovani pittori, indubbiamente il più dotato di tutti e maggiormente attratto dalle possibilità espressive insite nella svolta verso la realtà che si respira a livello europeo, è Guglielmo Ciardi (1842-1917).

Erede predestinato di Canaletto, Guardi e Bellotto, ha saputo trasferire nelle sue tele la sensazione sfuggente di Venezia, come nell’opera Canal Grande. Consapevole di questa dimensione mutevole della realtà, alla veduta della terraferma egli preferisce quella aperta sul mare, dove gli effetti atmosferici riescono meglio a restituire le luci e i colori propri del paesaggio e degli elementi che lo popolano.

Rinnovatore e dominatore della moderna pittura veneziana è anche Giacomo Favretto (1849-1887). Le scene di genere da lui dipinte sono quadri di vita, con quel tanto di psicologia, di colore e di atmosfera necessari affinché l’opera si definisca e riveli dinamica. Pertanto non sono regolate da uno svolgimento logico, ma da una tecnica più istintiva, la quale conserva nella sua leggerezza inafferrabile il ritmo brioso della vita osservata e trasfigurata da Favretto.

Come in Fantasticando, Favretto si dimostra realista in quanto prende dalla realtà il movimento e certi colori, non il volume, la profondità, i problemi che si irradiano al suo interno. I suoi temi esulano dalle drammaticità della vita. E anche quando svolge argomenti seri come le miserabili condizioni dei pescatori di Burano e di Chioggia, egli osserva non le pene ma il senso divertente della situazione.

Debitrice del realismo di Ciardi e di Favretto è la pittura di Luigi Nono (1850-1918), sebbene dalle sue opere traspaia un carattere più riflessivo, lirico, maggiormente rivolto alla meditazione. A interessare l’artista è una concezione della vita che in senso molto lato può dirsi religiosa, nell’insistenza sulla fragilità delle cose, nella ricerca di una sottile trama di corrispondenze tra stato d’animo e paesaggio, come nel Mattino della domenica.

Sotto l’impulso di un realismo che spinge gli artisti a fissare sulla tela i mutevoli effetti luministici e atmosferici della laguna e della terraferma, tra fonti, laghi e ruscelli, si susseguono impressioni nate dal vero per mano di artisti quali Antonio Rotta, Alessandro Milesi, Egisto Lancerotto e Angelo dall’Oca Bianca, più interessati alla vita popolare di pescatori e gondolieri.

Nell’ambito della veduta “pura” la lezione di Ciardi è accolta e sviluppata dai figli Beppe ed Emma, e da Pietro Fragiacomo. Nelle opere di quest’ultimo lo spazio diventa ambiente emotivo, la veduta contemplazione e la dimensione quotidiana del lavoro dei pescatori esperienza condivisa di umanità, come in Piazza San Marco.

Colorista altrettanto sapiente è anche Ettore Tito (1859-1941): suo il compito di traghettare la pittura veneta nel nuovo secolo. All’artista piace giocare con i colori, con i volumi e con i piani, in una specie di improvvisazione che si appassiona alle difficoltà, rasentando il virtuosismo.

A chiudere idealmente la rassegna è Federico Zandomeneghi (1842-1917) che dal 1874, anno del suo definitivo trasferimento a Parigi, proietta la pittura veneta a livello internazionale, come testimonia il meritato successo che a fine Ottocento pubblico e critica decretano a questa scuola.

Per info, contatti e sapere come arrivare alla Galleria clicca qui.

Valerio Passera
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